VAI AI TESTI IN ITALIANO

There isn’t a particular reason that explains my wishing to paint. I only know that for me it is necessary and this in fact lets me produce unnecessary objects. Maybe we aren’t conscious of how vague the vision of each little thing is.

Federico Mazza



Quiet in transit

Luca Arnaudo (EQUIPèCO n° 23 march 2010)

There is in art, in literature as in painting, a dimension of the memory of something that is not, a split between the past and the possibility by its nature destined to settle in a dimension of undefined, pleasent melancholy that spreads like a shadow in the present. After such a statement – in other time sconsumed by the romantic tradition, then so to speak legitimated again by the current and flagrant disregard for everything that is slow, thoughtful, secluded – the possible slide into the ingenuous sentimental is fortunately avoided by painters and poets’ direct works. It is therefore thought, among the latter, Novalis, and his making a bridge between thearts in speech, «as the painter sees visibleobjects with completely different eyes thanthe common man, so also the poet learns theevents of the external and internal world in every different way than the common man» (fragment No. 1120).

About painters, here we want to speak for at least a little of a young Roman artist, Federico Mazza, for some years focused in the creation of a complex series of landscape views from intimate and elusive tones, Transit. In these paintings the dimension of impermanencedissolves in diffused forms, pale oilcolourswisely veiled courting both theamorphous and elusive. The first impression, in fact, is that the painting intends to enclosethe quickly lost, get loose from the retina ofthe look in the instant. However, staring at thepictures of these places of silence and darkness rises gradually the impression that it is perhaps to be done in the course of a world we are more properly seeing, and we canonly be grateful to its author for the warm feeling of slow creation that it yields, as a rise of things.

It happens so, the curious derivation of a sense of calm from what usually less belongs, the movement, andit is in it that, we believe, lies also the most typical part of Federico Mazza’s art. Different names for the new Italian painting, in fact, may occur when we pass to consider the current relationship between landscape and melancholy. In the case of Mazza, nevertheless, is absolutely unique the ability to capture not so much the suspended fixity of a figure in the landscape as a stillness in motion, opening the view on anordinary chaos as what filters through the window of a train or a car underway,and that in its daily embrace closes us maybe along the way home without we can perceiving it.

A chaos made of objects made visible to other eyes, those o fthe artist, and that in the order of painting compose in a measure of resonant silence. [Translated by Rd]

Luca Arnaudo (born in Cuneo in 1974) is a writer and an art critic.

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 “Real Spaces that have a sense only inside us, full filled of silence, disturbing silence, they caught the moment right before or right after an action, it feels almost obligatory to hold your breath to understand better the flowing instant of what has happened and we won’t ever know. Places seen, filtered and transformed by the artist to then recollect them in the painting, fragments of memory that hide the artist’s referents and invite us to observe and explore them with caution. Fragments t reconnect infinitively, like an invisible line transporting a message that mutates, it never really reveals completely to the audience. Behind a good technical preparation, there is the need of a search, the paintings of Federico Mazza exist thanks after a process of observation that touches the various study fields, from the scientific one to the pure emotional one”.

Sandra Miranda Pattin  Artist – Independent curator 

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Non c’è una ragione particolare che spiega il mio desiderio di dipingere. So solo che per me è necessario e questo in effetti mi consente di produrre oggetti non necessari. Forse non siamo consapevoli di quanto sia vaga la visione di ogni piccola cosa.

Federico Mazza – 2018

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Quiete nel transito (EQUIPèCO n° 23 marzo 2010)

Esiste nell’arte, in letteratura come in pittura, una dimensione del ricordo di qualcosa che non è, un intertempo tra il passato e il possibile per sua natura destinato a stabilirsi in una dimensione d’indefinita, accogliente melanconia che si allarga come un’ombra nel presente. Dopo un’affermazione del genere – in altri tempi consumata dalla consuetudine romantica, poi per così dire rilegittimata dal corrente e flagrante disinteresse verso tutto ciò che è lento, meditato, appartato – alle possibili scivolate nell’ingenuo sentimentale provvedono per fortuna proprio le opere di pittori e poeti. Viene dunque in mente, tra i secondi, Novalis e il suo fare ponte tra le arti in discorso: «come il pittore vede gli oggetti visibili con tutt’altri occhi che l’uomo comune, così anche il poeta apprende gli avvenimenti del mondo esterno e interno in un modo assai diverso da quello dell’uomo comune» (frammento n. 1120).

A proposito di pittori, si vuole invece qui parlare almeno per un poco di un giovane artista romano, Federico Mazza, da alcuni anni concentrato nella realizzazione di una complessa serie di vedute di paesaggio dai toni intimi e sfuggenti, Transit. In tali pitture la dimensione dell’impermanenza si scioglie in forme diffuse, tenui nei colori a olio sapientemente velati che corteggiano al tempo stesso l’amorfo e lo sfuggente. La prima impressione, in effetti, è che la tela intenda racchiudere un rapido perdersi, il divincolarsi dalla retina dello sguardo di uno spazio nell’istante. Tuttavia, a fissare l’immaginazione su questi luoghi di silenzio e d’ombra sorge a poco a poco l’impressione che sia forse al farsi in corso di un mondo che stiamo più propriamente assistendo, e dell’accogliente sensazione di lenta creazione che se ne ricava, come un lievitare delle cose, non possiamo che essere grati al suo autore. Avviene, così, la curiosa derivazione di un senso di calma da ciò che solitamente meno le appartiene, il movimento, ed è specificamente in essa che, riteniamo, risiede anche il tratto più tipico dell’arte di Federico Mazza.

Diversi nomi della nuova pittura italiana, in effetti, possono venire in mente quando ci si dia a considerare i rapporti correnti tra paesaggio e melanconia. Nel caso di Mazza, nondimeno, risulta assolutamente peculiare la capacità di cogliere non tanto la sospesa fissità di una figura nel paesaggio quanto una quiete in movimento, aprendo la visione su un caos ordinario quanto quello che filtra dal finestrino di un treno o un’auto in corsa, e che nel suo abbraccio quotidiano ci chiude magari lungo la via di casa senza che noi mai sappiamo percepirlo. Un caos fatto di oggetti resi visibili da altri occhi, quelli dell’artista, e che nell’ordine della pittura si compongono in una misura di risonante silenzio.

Luca Arnaudo  Scrittore e critico d’arte

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Attraverso, aperto
(dal catalogo della mostra)
In una lettera dell’ottobre 1821, indirizzata a un amico anche per spiegare i suoi studi dedicati alle nuvole, John Constable sosteneva che il cielo, lontano dall’essere “un semplice foglio bianco disegnato dietro gli oggetti”, in pittura costituisca piuttosto “la nota principale”, il primario “organo del sentimento”. Per quanto si dirà nelle prossime righe, il commento del pittore inglese torna utile nel segnalare la tensione, tipica del romanticismo, a una percezione sentimentale dell’ambiente, lo sguardo volto a spazi infiniti, circonfusi magari di una “profondissima quiete”. Si tratta di una tensione che, passando tipicamente per la pittura di paesaggio, conduce a una più ampia categoria estetica, e infine spirituale, definibile come fascinazione dell’indistinto. A proposito d’indistinto, si può costruire un edificio di nebbia? Nel 2002 due architetti newyorkesi, Diller+Scofidio, ci sono riusciti sulla superficie del lago di Neuchâtel con un’esile struttura metallica che, vaporizzando l’acqua sottostante, creava un ambiente atmosferico sospeso. Di quel progetto, qui, interessa segnalare soprattutto come per i suoi artefici esso andasse mantenuto distante da ogni sentimentalismo: il Palazzo sfocato – questo il nome dell’edificio – era stato pensato infatti per offrire “una superficie interpretativa vuota”, liberato da “ogni immediata e ovvia associazione metaforica come nuvole, dio, angeli, ascensione, sogni”. Nel giro di poche parole, saltando tra i secoli, siamo passati dalla pittura all’architettura, dal cielo alla nebbia, dalla modernità romantica a una contemporaneità dichiaratamente post-moderna; proviamo ora a condensare qualcuno almeno degli elementi appena richiamati intorno a Federico Mazza. È, la sua, una pittura minuziosamente vaga, indeterminata, sfuggente anche grazie all’adozione di una prospettiva mobile, quella di un osservatore disposto dietro il vetro di un treno (transito, del resto, è titolo ripetuto in tele e mostre dell’artista). Tale idea e prassi compositiva si ritrovano in ampie intravedute di alcuni elementi ricorrenti colti nel passaggio, quasi archetipici dell’intervento umano che segna nel nostro presente il paesaggio – tralicci, cavi elettrici tesi sull’orizzonte, grandi parabole radar. Per altro verso, alcune opere dell’ultimo periodo paiono voler definire delle inedite pause visive, transitorie requie, come se lo sguardo fosse di un soggetto che di tanto in tanto almeno si arresti lungo il proprio percorso, e consideri il momento; esemplari, in questo senso, risultano una serie di strade colte all’alba o all’imbrunire, dove il filtro laterale del finestrino pare lasciare il posto a una visione frontale da fermo, in piedi magari accanto a una macchina appena spenta. In ogni caso, in tutti i lavori di Mazza è il cielo a imporsi assoluto, dilagando sulla superficie pittorica attraverso un sapiente gioco di dissolvenze cromatiche che rende aerea, impalpabile la terra stessa. Significativamente, l’organo del sentimento di cui si diceva con Constable viene a operare proprio per mezzo di quella sfocatura che abbiamo visto costitutiva di un’architettura fatta di nebbia, ma attenta a rifiutare ogni fumo di romanticismo. Bene, la pittura dell’artista romano pare insediarsi in un territorio di mezzo tra tali referenti: consapevole del sentimentale e insieme del vuoto che gli è stato opposto più di recente, può permettersi di registrare ora un traliccio dell’alta tensione, ora una strada che si fa ombra e nuvola, risultando sempre convincente.

La tecnica esecutiva gioca un ruolo importante in simile operazione. Di fatto, Federico dipinge a partire e attraverso il colore, stendendolo senza alcun disegno sottostante, ed è nel lento asciugare degli oli, nel progressivo impressionarsi dei loro toni attraverso sapienti, larghi passaggi di pennello che il soggetto si stabilisce nell’immagine: un soggetto emergente dall’indistinto e che ad esso continua ad appartenere, con mutevoli, nebbiosi cieli a trovarsi insieme sullo sfondo e in primo piano. Ancora, in maniera vicina a quanto avviene in Gerhard Richter – pittore assai caro a Federico – i contorni risultano sfocati nell’intento di eliminare gerarchie troppo rigide tra elementi compositivi, lasciando alla visione dell’osservatore la sintesi estetica dell’opera. In tale sintesi, per sua natura dinamica, risiede effettivamente una delle ragioni principali del fascino esercitato dalla pittura di Mazza, capace di assecondare il sentire individuale ma attenta al contempo a evitare che questo scarti languido dalla visione di un presente elettrico, solcato da macchine e segnali radio, a un’atemporale, immobile arcadia. Esaurite le temperie ideali e critiche di moderno e post-moderno, come sempre accade è così l’arte a riprendere il cammino, alla ricerca di occasioni dove possa stabilirsi una maniera rinnovata di sentire – un sentire che non sia più ingenuamente sentimentale, ma combinazione finalmente matura di emozione e cognizione. Nell’opera di Federico Mazza si tratta di un cammino, lento e silenzioso, lungo strade che si perdono indistinte all’orizzonte, attraverso paesaggi aperti all’interpretazione.

Luca Arnaudo
Roma, maggio 2012

NOTE
La citazione di Constable è ripresa da Mary Jacobus, Cloud Studies: The Visible invisible, in Journal of the Imaginary and Fantastic, n. 3, 2009, mentre l’affermazione di Elizabeth Diller a proposito del Blur Building proviene da Cary Wolfe, Lose the Building: Systems Theory, Architecture, and Diller+Scofidio’s Blur, in Postmodern Culture, n. 3, 2006. Il richiamo a Richter ha in mente una nota dell’artista: “Io sfuoco le cose per rendere tutto ugualmente importante e trascurabile […] Sfuoco le cose per ravvicinare ogni parte.” (Gerhard Richter, Text. Writings, Interviews and Letters 1961-2007, Thames & Hudson, London 2009). Si avverte inoltre che i fantasmi di Leopardi e Schiller s’aggirano tra le righe del testo.

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L’artista trae la sua ispirazione dai dintorni di Roma che esplora costantemente. Sono spazi reali ma che hanno un senso soltanto dentro di noi, sono pieni di silenzio, un silenzio inquietante, colgono l’attimo prima oppure quello immediatamente dopo di un’azione, c’è quasi l’obbligo di trattenere il respiro per capire meglio l’istante sfuggente di ciò che è successo e non sapremo mai. Dietro una grande preparazione tecnica c’è bisogno di una ricerca intensa, i dipinti di Federico Mazza esistono grazie ad un percorso di osservazione che sfiora i vari piani di studio, da quello scientifico a quello puramente emozionale.

Sandra Miranda Pattin – sandramirandapattin
artist, curator

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Nella pittura di Federico Mazza (Roma, 1976) il tema classico del paesaggio viene rinnovato da uno sguardo di passaggio che, sciogliendo i dettagli in una pittura a olio raffinata, sfiora consapevolmente la dimensione astratta. In questo modo, la radice romantica del soggetto rimane, ma al fondo di un’interpretazione dichiaratamente contemporanea, ribadita da una serie di elementi (totem?) ricorrenti nelle immagini: tralicci elettrici, grandi parabole radar che emergono dal nulla e nel nulla ritornano, come quando si percorre una strada all’alba o al tramonto e i colori tendono a fondersi in un accogliente indistinto. Si deve a Robert Rosenblum un importante studio di storia dell’arte in cui la pittura di Caspar David Friedrich è stata ricollegata a quella di Rothko: di fronte alle opere di Mazza come riferimento finale viene piuttosto in mente Gerhard Richter, ma la tesi di una tradizione esistente in tal senso risulta comunque confermata.

Alberto Garelli – artribune.com

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Federico Mazza. Paesaggi sfuggiti.

Ricorrente nel percorso di Federico Mazza (1976) l’attenzione al territorio e ai paesaggi che circondano la capitale, fascino che ha radici nell’infanzia. I lavori in mostra appartengono alla serie Transit che, come spiega l’artista «sono quei luoghi che viviamo solo di passaggio, visti e rivisti di sfuggita, senza troppa attenzione, come dal finestrino di un mezzo in movimento». Le opere di questa serie rappresentano una visione del nostro rapido mondo, nel quale il paesaggio diviene lontano e filtrato, la distanza tra uomo e natura sublima in immagini veloci e rarefatte, come i frame di un video. Mazza, infatti, alterna alla pittura un’intensa attività di grafico per il cinema, aspetto questo che non lascia i due campi privi di influenze. Si tratta di paesaggi della memoria, di cui l’artista restituisce l’emozione in lui suscitata da quella vista. Paesaggi annebbiati, come il ricordo o l’immagine di un sogno. Il risultato è una pittura sfuggente dove le immagini sono velate, sfocate e indefinite. Paesaggi dove è del tutto assente l’intento descrittivo o documentativo ma, essendo avvolti come da uno spesso filtro di nebbia, non permettono il riconoscimento dell’individuazione geografica. L’esistenza dell’uomo in questi contesti solitari e ammantati è solo evocata attraverso elementi che simbolicamente richiamano la contemporaneità: un traliccio dell’alta tensione, un radar, sono segni del nostro presente ma anche simboli della tecnica dell’uomo. Paesaggi reali, che assumono una dimensione altra proprio per il silenzio, il mistero e l’immobilità che possiedono, in opposizione al frastuono della vita metropolitana attuale. Questa opposizione è un aspetto centrale nella ricerca dell’artista che restituisce immagini indefinite, malinconiche, sospese nel tempo, paesaggi definiti da una sensazione di lentezza e torpore. L’effetto cromatico e materico cambia in rapporto alla preparazione che precede il colore, che prescinde da un disegno preparatorio. Infatti le tele, di piccole e medie dimensioni, subiscono un particolare trattamento prima di ricevere la stesura del colore ad olio. Mazza stende molteplici strati di una imprimitura a base di resine acriliche, con l’intento di rendere il supporto meno poroso e più liscio. Attraverso una successiva levigatura giunge alla superficie, di volta in volta, adatta per accogliere la pittura. Diverso è quindi il risultato finale, in relazione a come viene trattato il supporto sottostante. Fondamentale è lo sforzo di eliminare il tratto dalla sua pittura, l’assenza di pennellata è riempita dalle campiture sfumate che rendono l’immagine come velata. «Si parte dalla mente – spiega l’artista – per poi passare alla visione, alla forma, una forma appena accennata, leggera, mancante di definizione, rarefatta». L’intento ultimo dell’artista è quello di creare un immagine che lasci un interrogativo nello spettatore, libero di interpretare ciò che intravede.

Martina Adami – insideart.eu

About my painting process

I paint “alla prima” and I do not respect the rule of “fat over lean”. I paint with a very diluted color from start to finish. There is no drawing under the painting. Most of the time there is not even a starting image, almost always it is imaginations. The priming of the support (canvas or panel) with well-sanded acrylic gesso plays an important role since you will have to literally move masses of oil color directly onto the canvas. In addition, the preparation with white acrylic gesso helps increase the overall brightness.

I called my first series of paintings made with this process ‘Transits’ just because, in addition to representing transitional moments for example between day and night or moments as resumed by a moving vehicle in transit, the masses of color are moved by a area of ​​the painting, I will have a little dark in the light and the light in the dark. The use of large, flat, wide brushes (as suggested by Gerhard Richter in The daily practice of painting) is fundamental. (images below)

Federico Mazza

Processo pittorico

In genere dipingo ‘alla prima’ e non rispetto la regola del “grasso su magro”  dipingendo “bagnato su bagnato” come nella tecnica dell’acquerello utilizzando il colore molto diluito. In genere non esiste un disegno sotto il dipinto. La maggior parte delle volte non esiste nemmeno un’immagine di partenza, quasi sempre si tratta di immaginazioni. La preparazione del supporto con gesso acrilico ben levigato con carta abrasiva gioca un ruolo importante poiché si dovrà letteralmente spostare masse di colore a olio direttamente sulla tela e questo è piuttosto faticoso: meglio avere una superficie liscia. Inoltre, la preparazione con gesso acrilico bianco aiuta ad aumentare la luminosità generale. Ho denominato la mia prima serie di dipinti fatti con questo processo molto personale ‘Transits’ proprio perché, oltre a rappresentare momenti di transizione, per esempio tra giorno e notte oppure immagini come riprese da un mezzo in movimento, il colore viene spostato sulla tela, transitando da una parte all’altra. In tal modo i colori chiari entrano in quelli scuri e viceversa, fondendo il tutto. L’utilizzo di pennellesse grandi, come da suggerimento di Gerhard Richter ne La pratica quotidiana della pittura, risulta fondamentale.

Federico Mazza